

43. Le influenze rivoluzionarie in Italia.

Da: I. Tognarini, Giacobinismo, rivoluzione, Risorgimento. Una
messa a punto storiografica, La Nuova Italia, Firenze, 1977.

In questa breve ed efficace sintesi lo storico italiano Ivan
Tognarini ci mostra in che modo le influenze della Rivoluzione
francese, e in particolare quelle del giacobinismo, si
diffondessero in Italia. Al di l della pur difficile circolazione
delle opere scritte, il primo importante laboratorio di idee
rivoluzionarie fu la citt ligure di Oneglia, occupata
dall'esercito francese gi nel 1794, che il giacobino italiano
Filippo Buonarroti trasform in un centro di raccolta e di
educazione dei rivoluzionari italiani. In seguito alla svolta
moderata compiuta dal Direttorio e alla costituzione delle
repubbliche sorelle, dovuta alle vittorie napoleoniche, quei
rivoluzionari furono osteggiati e messi da parte dai francesi, o
perseguitati dalla reazione monarchica, ma avrebbero rappresentato
ugualmente un patrimonio e un punto di riferimento per le
successive generazioni. .

Scoppiata la Rivoluzione in Francia, i contraccolpi non tardarono
a farsi sentire anche in Italia e non solo nei componimenti
poetici di un Alfieri o di un Pindemonte, ma sotto forma di
agitazioni, di sommovimenti politici che tendevano a coinvolgere
gruppi sempre pi numerosi di cittadini. Tra il 1791 e il 1793
fermenti rivoluzionari o filofrancesi o antifeudali si fecero
sentire prevalentemente in alcuni piccoli centri della provincia,
in disperse comunit rurali, nelle campagne, ed avevano al loro
centro rivendicazioni in senso autonomistico, richieste di
sovranit sugli organi elettivi e amministrativi locali, tendenze
a resuscitare forme di autoamministrazione dei comuni, oppure
rivendicazioni di carattere contadino contro le usurpazioni
feudali, con tracce marcate di jacquerie [nome con cui si
indicavano sollevazioni di tipo contadino; derivato da Jacques
Bonhomme, nomignolo dato dai nobili al contadino] (come accadde a
Odogna in Abruzzo, a Saluzzo in Piemonte, a Rionero in Basilicata
e altrove). Fu invece tra il 1793 ed il 1794, mentre la Francia
con Robespierre viveva la fase pi eroica della Rivoluzione, che
i sommovimenti, le agitazioni, le congiure sbocciate un po' in
tutta Italia, vennero a configurarsi con caratteri sempre pi
organizzati e sempre meno sporadici e casuali, a far intravedere
punti di contatto e collegamenti su scala sempre pi vasta,
insomma tesero ad apparire come aspetto di un generale movimento
che, se ancora non unificato negli obbiettivi, nella
organizzazione, nel quadro dirigente (come forse non sarebbe stato
mai, neppure negli anni successivi), pure mostrava origini ed
alcuni ideali e contenuti politici comuni. E fu proprio in questo
stesso periodo e nel fuoco delle esperienze allora consumate che
emersero e si formarono le personalit di maggior spicco,
protagoniste in seguito del movimento e anche della lotta politica
sotto il regime napoleonico (si ricordino il medico Angelucci a
Roma, i forti ed eroici gruppi dei giacobini napoletani del club
rivoluzionario Repubblica o morte, i genovesi, i piemontesi, i
Ranza, i Cerise, i Pellisseri, i Bonafous e tanti altri).
Nell'aprile 1794 la nomina di Filippo Buonarroti come
amministratore e commissario nazionale dei territori occupati per
conto della Repubblica francese, ed il suo insediamento ad
Oneglia, rappresentavano un avvenimento di straordinaria
importanza: intorno a lui venne a crearsi il primo centro di
raccolta, di organizzazione, di unificazione di tutte le energie
rivoluzionarie italiane. Esuli, cospiratori, democratici
riconobbero in Buonarroti un fermo punto di riferimento, un sicuro
appoggio nella dura e difficile opera di democratizzazione
dell'Italia. Nel corso del 1794 congiure e tentativi
insurrezionali si susseguirono e si sovrapposero, decine o
centinaia di processi colpirono i rivoluzionari: nel solo Piemonte
si ebbero in pochissimo tempo 97 processi di stato; in Sardegna
Gian Maria Angioi inizi una rivolta antifeudale che fu sconfitta
solo nel 1796, quando aveva acquistato un carattere spiccatamente
democratico e popolare; a Bologna lo studente Luigi Zamboni dava
vita a una sfortunata congiura, mentre in Sicilia Francesco Paolo
Di Blasi organizzava un movimento con largo seguito popolare e
contadino ma finiva poi arrestato torturato e decapitato nel 1795.
La repressione di questi vasti e profondi fermenti fu spietata,
feroce e capillare, resa ancor pi efficace dagli avvenimenti di
Francia, dalla svolta rappresentata dal colpo di mano del
termidoro che port alla caduta di Robespierre. Anche Filippo
Buonarroti, ardente robespierrista, fu arrestato in Francia il 15
marzo 1795. Solo con l'ingresso delle truppe francesi in Italia,
comandate dal generale Napoleone Bonaparte, il movimento
patriottico registr una ripresa generale. La nuova fase ebbe
inizio il 27 aprile 1796 con la proclamazione della municipalit
di Alba, che fu il primo tentativo di un governo rivoluzionario
dei giacobini italiani, in particolare di quel gruppo di
democratici piemontesi che nel ferro e nel fuoco delle lotte
combattute nel triennio precedente, avevano meglio elaborato un
progetto realistico di gestione del potere rivoluzionario. La
municipalit di Alba il giorno stesso della proclamazione
rivolgeva un appello al popolo e a tutti gli italiani ad accorrere
sotto le bandiere nazionali delle legioni rivoluzionarie
italiane. Ma quello che sarebbe stato poi il nodo pi scabroso
della lotta politica del triennio rivoluzionario, affiorava fin da
ora: il ruolo dei moderati e la loro posizione privilegiata
presso le forze d'occupazione francesi. Napoleone infatti impose
subito delle modifiche in senso moderato alla composizione degli
organi politici e amministrativi della municipalit e pretese un
atto di sottomissione alla Repubblica francese. Alla luce di
questa svolta e dell'armistizio di Cherasco tra Francia e re di
Sardegna, confermato poi dalla pace di Parigi, deve essere
considerata la tenace lotta dei rivoluzionari piemontesi dal 1796
al 1798, una delle pi tormentate e costose in termini di vite
umane.
Il periodo 1796-1799 fu per il giacobinismo italiano quello in cui
giunsero a maturazione tutti i semi pi rigogliosi e le energie
pi integre per il movimento di trasformazione in senso
democratico, repubblicano, antifeudale dell'Italia, ma fu anche
quello pi segnato dalle difficolt di far crescere i fermenti
rivoluzionari in uno stato di umiliante inferiorit nei confronti
di forze straniere che, pi ancora che come occupanti si
configuravano come controparte politica, come baluardo di
orientamenti moderati antigiacobini, e perfino conservatori. Dalla
Confederazione Cispadana, proclamata contemporaneamente all'arrivo
delle truppe francesi e dopo che a Reggio Emilia si era verificato
un combattimento tra forze democratiche municipali ed un
contingente austriaco, si passava alla costituzione della
Repubblica Cisalpina, mentre nuovi tentativi rivoluzionari si
verificavano oltre che nel Piemonte, a Genova e a Roma, senza per
che il movimento decapitato nel '94-'95 potesse risollevarsi nelle
altri parti d'Italia. I sussulti e gli aggiustamenti di rotta
all'interno del Direttorio ebbero sempre dirette ripercussioni
nelle vicende politiche italiane e particolarmente nella
Repubblica Cisalpina che nel corso del '98 sub ripetuti colpi di
stato che paralizzarono ogni possibilit di svolgere una politica
efficace. Sin dai primi tempi dell'occupazione francese, cio gi
nel 1796, cominciarono a verificarsi anche fenomeni di insorgenza
ed agitazioni contadine il cui sbocco non fu tempestivamente
orientato in senso democratico. Solo in Piemonte l'iniziativa di
giacobini legati al movimento babuvista [ispirato a Franois-Nol
Babeuf] riusc a legare i moti dei contadini a parole d'ordine
democratiche. Dopo la creazione della Repubblica Romana, l'ultimo
frutto del triennio fu la Repubblica Partenopea che nella sua
vita effimera, vide affiorare le contraddizioni pi acute che
avevano travagliato tutta l'esperienza rivouzionaria degli
italiani: l'eroica fine dei giacobini e dei repubblicani non fu
la conclusione coerente di una gestione del potere energica e
coraggiosa ma il tragico epilogo di un periodo travagliato da
incertezze e da contrasti; la classe dirigente, che fu
eccezionalmente colta e avanzata, ebbe al suo interno insanabili
incongruenze per la base sociale di appartenenza e per gli
interessi di classe a cui era legata; la legge feudale che la
Repubblica concep non ebbe il tempo di divenire pienamente
operante e di costruire cos un consenso popolare basato sulla
eversione della feudalit e non pot perci impedire l'alleanza
tra le masse contadine e le componenti pi reazionarie,
politicamente e socialmente, del Regno di Napoli.
Crollate tutte le repubbliche italiane nella primavera del 1799,
solo le sorti vittoriose delle armi francesi e la splendida
vittoria di Marengo, riportata da Napoleone, ormai console, il 14
giugno 1800, rovesciarono nuovamente la reazione che aveva
imperversato un po' dappertutto: tuttavia ormai le armate della
Repubblica francese non portavano pi la rivoluzione ma quel nuovo
ordine che Napoleone Bonaparte andava costruendo con l'alleanza e
l'appoggio determinante delle classi borghesi, definitivamente
egemoni e votate ad una politica conservatrice e moderata sul
piano sociale, comunque decise a non tollerare fenomeni
rivoluzionari in senso giacobino e tanto meno in senso babuvista.
L'esperienza del decennio rivoluzionario, le cui conseguenze
furono non poche e non superficiali per tutto il periodo
napoleonico, aveva rappresentato anche per l'Italia qualcosa di
grande e di nuovo: sulla scena della storia erano comparse schiere
non sparute di intellettuali, di artisti, di contadini, di
artigiani che si muovevano non per motivi strettamente contingenti
o per necessit elementari di sopravvivenza, ma sapevano concepire
anche disegni di trasformazione della societ, del suo assetto
politico e sociale, sapevano individuare nel feudalesimo, nell'
ancien rgime, il nemico principale da abbattere; ed infine grandi
masse contadine avevano saputo mostrare la propria disponibilit,
risultata vana, a concorrere al capovolgimento della struttura
feudale. Il movimento rivoluzionario aveva dovuto soccombere
stritolato dai colpi della reazione, soffocato dalla politica
degli occupanti stranieri e fatto crollare dal venir meno
dell'appoggio di questi ultimi. Ma le esperienze maturate in
questo periodo, i quadri formatisi nelle cospirazioni, nelle
insurrezioni, nelle galere rappresentavano un grande patrimonio
ideale e di lotta che avrebbe significato molto anche per il
periodo successivo e per tutto il corso del Risorgimento. La
lezione strategica che emergeva dalla mancata alleanza tra
giacobini e masse contadine fu colta nel corso del Risorgimento
e variamente interpretata: l'evoluzione politica degli uomini e lo
sviluppo dell'assetto sociale ed economico nel periodo
napoleonico, influirono profondamente sugli esiti risorgimentali
dell'insegnamento del decennio rivoluzionario. Ma la lezione del
giacobinismo italiano non fu inutile.
